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martedì 8 gennaio 2013

RECENSIONE DI NON E' UN PAESE PER VECCHI

RECENSIONE DE "NON E' UN PAESE PER VECCHI"

di Joel e Ethan Coen


Il dodicesimo lavoro dei Fratelli Coen, registi fra i più rinomati e premiati del panorama americano,si presenta come un film duro e difficile da digerire, sulla scia di quello che era stato "Fargo" nel 1996.
Il film è tratto dal romanzo omonimo di Cormac McCarthy, del 2005, e ha vinto complessivamente quattro premi oscar: presentato alla 60° edizione del festival di Cannes, nel 2008 è stato premiato come miglior film, per la miglior regia, per la migliore sceneggiatura non originale e per il miglior
attore non protagonista, uno straordinario Javier Barden.
La trama è relativamente semplice, ciò che sorprende è l'assenza di un protagonista: l'unica presenza che rimane costante per tutto il film, e che potrebbe quindi essere il protagonista, è il personaggio con tutte le caratteristiche del tipico cattivo, dell'antagonista, appunto Javier Barden, nei panni dell'assassino Anton Chigurh.
Ambientato in Texas nel 1980, il film racconta di Llewelyn Moss, reduce della guerra
in Vietnam, che si imbatte per caso nei resti di uno scambio di partite di droga finite male;
un mucchio di cadaveri e auto distrutte, e soprattutto una valigia contenente una grande somma di denaro.Llewelyn se ne impossessa, e fugge, per sempre, dalla sua vita di tutti i giorni, consapevole di essere inseguito da uomini senza scrupoli che rivogliono i loro soldi. Tra questi c'è Anton Chigurh, killer spietato e macabro, che ha la particolarità di lasciar scegliere alle sue vittime se vivere o morire, a testa o croce.
Sulle tracce della scia di sangue immotivata che si lascia alle spalle il killer Chigurh si mette lo sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), oramai anziano e prossimo alla pensione. Il primo scopo di Bell è tentare di salvare Moss dalla situazione che lui stesso si è creato.
Vari personaggi, come lo sceriffo Carson Wells (Woody Harrelson), entrano nel film, lasciando allo spettatore la sensazione che potrebbero cambiare la storia e fermare l'escalation di omicidi, ma questi stessi rimangono vittime della mano armata di Chigurh. Nella fuga da Chigurh, Moss si imbatte in una banda di messicani, che giungono nel suo hotel prima dell'assassino e dello sceriffo Bell, uccidendo Llewelyn senza però riuscire a recuperare il denaro, che sarà successivamente ritrovato da Chigurh. Il ritmo del film viene brutalmente spezzato dalla morte di Moss, che fino a quel momento era stato il centro della storia, il protagonista "mancato".
Qui è evidente il tocco d'autore dei fratelli Coen. La storia si chiude con Chigurh che compie un ultimo omicidio, assassinando la moglie di Moss, completamente incolpevole, solo perché aveva promesso al marito che l'avrebbe fatto: dopo il suo ennessimo crimine, Chigurh è vittima di un grave incidente stradale da cui esce illeso, scomparendo dal film zoppicando e con un braccio rotto. Lo sceriffo Ed Tom Bell decide di andare in pensione dopo la mancata risoluzione del caso, prendendo coscienza di essere inadatto al suo tempo.
Il film si basa soprattutto sul ritmo della narrazione costantemente interrotto e stravolto rispetto ai canoni della normale storia thriller. La mancanza di un protagonista e l'assenza di ogni minimo scrupolo ad uccidere chiunque sembrano voler mettere in primo piano la violenza del mondo e il fatto che non c'è differenza alcuna fra un morto e un altro.
E' un film da vedere per gli appassionati del genere e per gli estimatori dei Fratelli Coen, che con questofilm imprimono un'altra pennellata della loro genialità.

RECENSIONE DI THE ELEPHANT MAN

di David Lynch
Chi conosce Lynch e il suo cinema, tenebroso e mistico, spesso fatto di film senza una trama
coglibile ma costituiti di puri impatti visivi e sonori, guardando "The elephant man" rimarrà sorpreso dal fatto che è completamente fuori dai canoni tipici del regista statunitense.
Questa volta la trama c'è, eccome, ed è basata sulla storia vera di Joseph Carey Merrick, vissuto in Inghilterra fra il 1862 e il 1890 e affetto da una gravissima malattia chiamata "sindrome di Proteo", che gli afflisse gravi deformità dalla nascita.
Per questo, fu soprannominato "l'uomo elefante".
Merrick (John Hurt) è trattato, a causa del suo corpo così strano e spaventoso alla vista, come un fenomeno da baraccone in uno spettacolo di strada gestito dal costantemente ubriaco Bytes. 
Qui, Merrick, che veste un cappuccio in modo da coprire le deformità del viso, viene visto dal dottor  Frederick Treves , l'unico che mostri interesse per il suo caso e a provare per Merrick umanità, che lo porta nel suo ospedale, dove continua la discriminazione nei confronti di Merrick, chiuso in quarantena per non essere cacciato dal direttore, che non accetta malati incurabili nel suo ospedale: Merrick viene seguito da una delle infermiere di Treves, e lo stesso Treves, per dimostrare che il suo cervello, nonostante tutto, è funzionante, insegna a Merrick a dire alcune parole.
Qui si vede per la prima volta il vero volto di Merrick, senza cappuccio.
Il caso di Merrick prende piede, arrivando a interessare aristocratici, compagnie teatrali e persino la Regina Vittoria, che si impegna a finanziare le sue cure: nel frattempo, Treves rimane sempre più colpito dalla sensibilità di Merrick, e decide di presentarlo a sua moglie, in un incontro commovente, in cui Merrick parla ad Anne Treves di sua madre.
Un guardiano dell'ospedale inizia a far visitare la stanza di Merrick a prostitute e alcolisti, fra cui c'è anche Bytes, che decide di reimpossessarsi del suo fenomeno da baraccone, l'uomo elefante.
Merrick è di nuovo utilizzato come spettacolo, poi, stremato e inerme, viene rinchiuso in una gabbia, da cui riesce a fuggire grazie all'aiuto di un gigante e di un gruppo di nani. Merrick ritorna in Inghilterra, a Londra, dove è inseguito da un gruppo di ragazzini; nella fuga urta una bambina, causando l'ira dei presenti, che lo inseguono. Merrick si rifugia in una toilette, dove sviene stremato.
Treves, aiutato da Scotland Yard, si mette sulle tracce di Merrick, riuscendo a riportarlo in ospedale: i dottori capiscono che la vita di Merrick è ormai alla fine. Merrick viene accolto calorosamente ad uno spettacolo teatrale dove è invitato dalla signora Treves, dopodichè ringrazia il dottor Treves per tutto quello che ha fatto per lui (chiamandolo ripetutamente "amico"), e si sdraia supino sul suo letto, togliendo i cuscini che facevano da sostegno al suo corpo. Merrick è perfettamente coscente che questa scelta lo porterà alla morte per soffocamento.
Il film ricevette otto nomination a premi Oscar nel 1981, senza però vincerne nessuno.
La regia è una delle più riuscite di Lynch, e l'interpretazione di Hurt e di Hopkins è straordinaria: il film è capace di commuovere come pochi altri, e si distingue per la profondità e il pathos di alcune scene indimenticabili.
Da vedere, assolutamente.

RECENSIONE DI DRIVE

di Nicolas Winding Refn
  
E' uscito in Italia solo da tre settimane, ma sta avendo un enorme successo: si tratta di "Drive", film del regista danese Nicolas Winding Refn, tratto dal romanzo omonimo di James Sallis del 2005.
Il film è stato recensito positivamente da gran parte delle critiche cinematografiche di tutto il mondo, e ha vinto il premio per la miglior regia al Festival di Cannes di quest'anno.
Il protagonista del film, di cui non si dice mai il nome, è Ryan Gosling, già attore, fra gli altri film, ne "Le pagine della nostra vita" e "Il sapore della vittoria": Gosling è -perfettamente- calato nella parte di un personaggio di quelli che faranno tendenza, sullo stile dei personaggi interpretati a volte ad esempio da James Dean. Poche parole, stessi guanti, stessa giacca e stesse scarpe per tutta la durata del film, atteggiamento imperturbabile. Gosling è un pilota che guadagna da vivere facendo lo stuntman ad Hollywood e lavorando in un'officina dove ha anche un grande rapporto di amicizia col suo datore di lavoro, Shennon (Bryan Cranston). La prima scena del film fa subito capire che il protagonista ha avuto anche rapporti con la malavita, e ha sfruttato le sue doti di grande pilota per organizzare fughe dopo i furti. Ma non ha mai fatto male a una mosca.
L'Autista si è appena trasferito a Los Angeles, dove incontra la sua vicina di casa: praticamente è colpo di fulmine, ma non dichiarato. Irene (Carey Mulligan) ha un figlio piccolo, Benicio, e un marito in carcere, Standard. Gosling allora decide di passare il suo tempo ad aiutare Irene e il bambino, con cui stringe due rapporti di forte amicizia. Nel frattempo, Benicio viene liberato: giura di aver chiuso con la malavita, ma Gosling lo trova sanguinante in garage pochi giorni dopo. Alcuni uomini lo avevano malmenato dopo che Standard aveva rifiutato di compiere una rapina per saldare un vecchio debito coi loro boss, giurando che le prossime vittime sarebbero state proprio Irene e Benicio. Allora, l'autista e Standard, diventati nel frattempo amici, organizzano una rapina, l'ultima per entrambi, con cui saldare i debiti e chiudere definitivamente la storia. Ma questa va male, e Standard viene ucciso dagli scagnozzi del boss creditore all'uscita del negozio. L'Aautista scappa col denaro: da qui, si scatena la fame di vendetta del protagonista, che non punta a tenersi il bottino della rapina (tanto che da subito se ne vorrebbe sbarazzare) ma soltanto a fare giustizia sull'ingiusta morte di Standard, che ha rovinato la vita di Irene e Benicio. La durezza delle immagini che seguono da questo momento in poi può far pensare a un film che punta solo sul sangue e sulla violenza per fare incassi, ma a me "Drive" è parso molto di più: la psicologia profonda del personaggio dell'autista fa riflettere, ed è affidata ad una frase pronunciata da Benicio in un momento del film che apparentemente passa inosservato, mentre guarda la tv: "non esistono squali buoni".
Lascio a voi la visione, ve lo consiglio davvero: all'inizio pensavo si trattasse di un'americanata o di qualcosa di simile, di un film basato su storie storpiate di famiglie mafiose che lottano fra di loro come molti altri. La componente violenta c'è -il film è uno dei più duri che abbia mai visto- sicuramente, ma non bisogna soffermarsi soltanto su questa. La scelta della musica, i tempi che si spezzano all'improvviso nell'andatura generale veloce del film, le interpretazioni rendono il film da vedere assolutamente, magari al cinema dove l'effetto sonoro rende molto di più.
 

RECENSIONE DI "13" - MEGADETH

"13" è il tredicesimo album in studio dei Megadeth. Dave Mustaine l'aveva presentato, nelle interviste pre-uscita, come il cd più pesante che avesse mai scritto, accrescendo le già grandissime attese e aspettative sull'album. Il lavoro segna il ritorno di Dave Ellefson al basso: lo storico componente, cofondatore del gruppo, è tornato fra i compagni dopo otto anni di assenza.

"13" (scritto anche "Th1rt3en") è un classico album dei Megadeth: non sarà quella bomba esplosiva che Mustaine aveva promesso, ma fa la sua buona presenza in una grande annata per la musica come il 2011. Lo stile non è cambiato, l'heavy metal classico è sempre quello, e il fatto che sia uscito lo stesso giorno di "Lulu" dei Metallica segna, in qualche modo, un ulteriore svolta fra le due band storiche rivali: i Metallica sono cambiati, forse anche rinnovati, e hanno modificato il loro stile nel corso degli anni. I Megadeth sono rimasti sullo stile puro e cattivo degli anni '80. Per questo "13" è un disco classico.
L'album, che arriva due anni dopo "Endgame", è più immediato di quest'ultimo, e ha davvero pochi momenti di pausa: le tracce -ovviamente tredici- scorrono, una dopo l'altra, in un fiume di note, riff e assoli tutti all'insegna di uno stile pungente, cattivo.
Di pezzi davvero esaltanti non ce ne sono,  di canzoni che segneranno la storia dell'heavy metal nemmeno, ma il lavoro è nel complesso buono. Il cd si apre con due canzoni dalla struttura abbastanza simile, "Sudden death" e "Public enemy No.1". La prima parla, in accordo col tipico Mustaine, di morte e distruzione, la seconda è dedicata ad Al Capone. Meglio la prima, a dire il vero, più lunga e con assoli meglio riusciti; la seconda (di cui è uscito anche il video) pecca abbastanza nel ritornello, che risulta quasi lagnoso. Niente di speciale "Whose life (is it anyways?), con suoni e riff che ricordano quasi il grunge e Alice in Chains, mentre già più intrigante è "We the people", con un testo impegnato secondo le idee politiche più volte espresse da Mustaine, con la rivoluzione sullo sfondo, un ritmo originale e un assolo molto ben riuscito. "Guns, drugs & money" è forse il pezzo meno riuscito, nonostante un approcccio groove-metal: il testo sembra quasi uno sproloquio di un adolescente dopo una sbronza e la costante ambientazione in Messico farà discutere.
Bella l'accoppiata "Never dead"-"New world order", che tira su un pò l'andamento del cd e lo porta forse ai livelli massimi per quanto riguarda questo lavoro. La prima ha un riff felocissimo e dirompente, buono per l'headbanging, dopo un intro semi-acustica, unica pecca sono gli assoli che lasciano un pò di amaro in bocca. La seconda, con un testo che parla di religione e in particolare delle redazione della bibbia, è una canzone del '91 pubblicata solo oggi, con andamento saltellante nella prima parte e molto più heavy nella seconda, con assoli fra i più riusciti del cd.
Dave Ellefson

Risultano un pò dispersive "Fast lane" e "Black swan", nonostante quest'ultima presenti forse il ritornello più cantabile del cd. C'è molta velocità e molta cattiveria, ma alla fine si ha l'impressione di non arrivare mai al punto. Decisamente migliore è "Wreacker": un testo che sembra parlare di una donna che rovina senza motivazioni una storia d'amore (la "distruttrice" del titolo) mischiata a riff cattivi e carichi il giusto. Non mi piace la seguente "Millenium of the blind", che pare essere all'inizio una ballata, con un arpeggio a cui si sovrappone un assolo francamente troppo tecnico, per poi trasformarsi in un altro pezzo con ispirazioni groove metal, con un riff molto lento e cadenzato, ripetitivo a lungo andare.
"Deadly nightshade" è un altra delle tracce migliori: il riff è potente, cattivo, forse un pò ripetitivo dopo un pò, ma carico. Il ritornello non è eccezionale, ma gli assoli sono molto validi e l'orchestrazione generale (se di orchestrazione si può parlare in un pezzo heavy-metal) risulta la migliore dell'album.
L'album si chiude con la traccia più lunga, la tredicesima, "13": quasi sei minuti in cui si fondono vari elementi "megadethiani" come un intro semi-acustico, un cantato (finalmente!) espressivo e quasi inquietante di Mustaine, un tono epico e assoli molto ben fatti. In generale non ha forse quel guizzo che la può far spiccare sopra le altre canzoni ma è ben costruita.
In conclusione, cosa si può dire: si sente il ritorno di Ellefson, i giri di basso sono più presenti e hanno un tocco diverso, ma pecca ancora leggermente la batteria di Shawn Drover, che si limita quasi sempre ha fare il suo compitino -anche su ritmiche complicate, ineccepibilmente- senza mai uscire dalla parte. Broderick ha una tecnica mostruosa, e lo sappiamo tutti, ma gli assoli sono troppo farciti di tecnica, col quasi totale sacrificio della melodia. Nonostante questo, l'album merita più della sufficenza perchè, in un'ora, è capace di non stancare, e anche se non ha pezzi di spicco riesce a distinguersi grazie a canzoni come "Never dead", "Wreacker", "Deadly nightshade" e "13" che saranno, probabilmente, suonate spesso nel tour. E poi i Megadeth sono sempre i Megadeth, dopo quasi trent'anni di heavy metal.
Voto: 6,5
  

RECENSIONE DI J.EDGAR

RECENSIONE DI J.EDGAR

di Clint Eastwood

E' uscito lo scorso 4 gennaio l'ultimo film di quello che è riconosciuto come uno dei migliori e più famosi registi al mondo, Clint Eastwood. Il titolo è "J.Edgar", e narra la storia di J.Edgar Hoover, capo dei servizi segreti americani dal 1924 al 1972 e uno degli uomini più influenti della storia americana di metà novecento.

Il film, lungo più di due ore, narra la storia della vita di Hoover (interpretato magistralmente da Leonardo di Caprio), a partire dalla giovinezza e dal suo ingresso nell'FBI, a 29 anni. Hoover appare come un uomo duro, rigido e mirato alla carriera e alla difesa stoica della patria, bollato a vita dall'ideologia conservatrice.
La vita di Hoover scorre attraverso gli incontri e i casi fondamentali che lo portano, gradino dopo gradino, a fare di sè l'uomo che è stato poi consegnato alla storia. Fra questi incontri, anche quello con Clyde Tolson (Armie Hammer), l'unico -pare- amore della sua vita. La psicologia del protagonista si dispiega principalmente attraverso due rapporti: quello con Clyde, tormentato, oscuro e minato dal tabù dell'omosessualità (chiaramente ingigantito per un uomo tutto d'un pezzo come appariva Hoover, specie se a capo dell'FBI), e quello con la madre di Hoover, interpretata da una splendida Judi Dench.
La madre è l'unica che ha veramente capito J.Edgar, l'unica che conosce ogni sua nascosta incertezza, l'unica che sa davvero da che parte prenderlo per risollevarlo nelle difficoltà del portarsi dietro un'immagine di uomo pubblico tanto spigolosa. E' lei, anche, la fonte degli ideali fortemente anti-bolscevichi (portati all'esagerazione e quasi alla satira nel corso del film) e, come detto, conservatori di Hoover.
Per conoscere la trama basta leggere una breve biografia di Hoover: caso Linberg, caso Dillinger, una serie di successi professionali che hanno come contrappeso sulla bilancia una profonda insoddisfazione sull'ambito delle amicizie e degli affetti, quasi nulli. Tanti i riferimenti agli ambiti bui della storia americana, come gli assassini di Martin Luther King e di Bob Kennedy, la corruzione di Richard Nixon. Poco o nulla di "filmesco" aggiunge alla storia Eastwood. Piano piano si fa largo l'idea che tutta la florida carriera di Hoover sia esattamente quello che in realtà è, una proiezione di una maschera di un uomo dilaniato interiormente, incapace di ammettere a sè stesso quello che è. Il volersi imporre una morale e voler rivoluzionare il sistema di giustizia fa a pugni con l'essere giusti. Quella che è per me la scena fondamentale, nel finale, vede gli anziani Tolson e Hoover a cena insieme, come sempre nella loro vita.
Clyde racconta quello che era veramente successo nelle risoluzioni dei casi sopra citati, che non coincideva con la versione della stampa che fino a quel momento anche il film aveva presentato; la verità vedeva un Hoover defilato nelle azioni e non  leader carismatico come aveva voluto dipingersi. La sequenza è simbolica rispetto a quello che credo sia il senso del film.
La storia volge al termine con la morte di Hoover, nella sua villa, con la sua badante di colore e Clyde che andrà a piangerlo subito. Ma sarà praticamente l'unico. L'opinione pubblica si maschera dietro alle frasi di circostanza nel ricordo di un uomo scomodo, il presidente Nixon tiene un discorso ricco di ipocrisia e luoghi comuni. La riflessione sulla brevità della vita umana chiude il film.

Per quello che è il mio pensiero, questo non è decisamente il miglior film di Eastwood: ero solito terminare le visioni dei suoi film o con un pugno nello stomaco o con le lacrime agli occhi, stordito dalle emozioni narrate.
Questa volta "J.Edgar" mi lascia insoddisfatto, come se mancasse qualcosa alla quadratura del cerchio, qualche elemento deve essere assente. La recitazione è ottima, come è buona anche la regia: il film risulta però troppo prolisso per una storia che, alla fin fine, non decolla mai, ma rimane più o meno sulla stessa falsa riga per tutto il film. Mi sono interrogato anche su cosa frulli in testa all'Eastwood uomo, oggi, conservatore e repubblicano da una vita che si confronta col passato torbido e oscuro degli uomini della destra americana, forse più che altre volte. Il risultato è un film a tratti confuso, quasi contraddittorio, che sembra voler essere democratico in una cornice completamente repubblicana.
Ma forse è proprio questo l'effetto che ha voluto creare il vecchio Clint, sottolineare la confusione della politica e delle ideologie?
Vi consiglio in ogni modo la visione del film, specie per gli appassionati del regista.
Ognuno potrà trovare, credo, un significato diverso e proprio alla storia e alle sue sfaccettature.

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